Da Jackson 1928 a Trump 2025, protezionismo ciclico negli USA
Voci dall'America

Da Jackson 1928 a Trump 2025, protezionismo ciclico negli USA

Senza voler sostenere che la storia si ripete, o cedere all'applicazione banalizzata dei "corsi e ricorsi" di G. B. Vico, basta uno sguardo alla storia americana per poter dire che l'imposizione di dazi e il protezionismo non sono una novità assoluta. Le circostanze storiche cambiano in modo radicale, le problematiche assumono contorni specificamente coerenti con il periodo, ma ritorna ciclicamente la tentazione di risolvere i problemi interni isolando il sistema economico americano dal resto del mondo. Forse si tratta di un'altra applicazione della nota teoria della "eccezionalità americana", che viene sciupata dall'eccessivo contatto con il resto del mondo. E' comunque interessante vedere come risposte simili siano date con preoccupante ricorrenza a problemi del tutto diversi.  Di fatto da quando la nazione americana uscì dalla fase costituente, almeno tre volte il protezionismo simboleggiato dai dazi è stato messo al centro della politica americana, dando la priorità assoluta all'interesse immediato dell'economia USA.

1828 - I dazi abominevoli

Il contesto era lontanissimo da quello attuale: erano ancora irrisolte questioni strutturali come le competenze del governo, i diritti degli stati, la natura dell'Unione e la schiavitù, e gli USA erano una potenza locale inespressa. La presidenza di Andrew Jackson era votata ad un radicale riformismo ed alla lotta contro le elites risalenti alla rivoluzione, e intendeva depotenziare l'amministrazione centrale e riformare tutti i dipartimenti del governo. Inoltre Jackson aveva conquistato la presidenza promettendo di abbattere o addirittura eliminare il debito pubblico, visto come contrario allo spirito dell'Unione e pericoloso per la sua sopravvivenza, all'epoca non ancora scontata.  Il sistema dei dazi era percepito in modo opposto nelle due principali aree economiche di allora: se favoriva lo sviluppo che cominciava ad essere frenetico nel nord industriale, era osteggiato nel sud agricolo e cotoniero, che vedeva drasticamente ridotti i propri margini di guadagno. Per i proprietari delle piantagioni del Sud, all'epoca potentissimi, si trattava di un abominio, e per questo quel sistema è ricordato come la "tariffa abominevole". La questione coinvolse quella più ampia dei diritti fra gli Stati, e portò ad una vera crisi istituzionale, che Jackson risolse con la cd "tariffa del 1832", ispirata se non redatta dall'ex presidente John Quincy Adams, che finito il mandato era stato eletto alla Camera dei rappresentanti. Concepita per risolvere il conflitto creato dalle "tariffe abominevoli", questa nuova legge fu ritenuta insoddisfacente dagli Stati meridionali, in particolare nella Carolina del Sud, portando ad una richiesta di annullamento della legge, ed a una nuova crisi istituzionale. Le entrate aumentarono di circa 5 milioni di dollari, pur con l'allineamento ad un dazio medio di circa il 25 percento, che erano comunque tanti per prodotti essenziali all'economia dell'epoca come lana, ferro e cotone. Come risultato di questa crisi, la tariffa del 1832 fu ulteriormente rivista nel 1833. Il profilo internazionale dell'Unione era ancorato alle problematiche post rivoluzionarie, e non cambiò nei successivi decenni.

1890 - La tariffe McKinley

La carriera politica di William McKinley era stata dominata da una visione che andando oltre il protezionismo, identificava il progresso della nazione nell'aumento del benessere economico interno, tralasciando ogni visione internazionale. Da rappresentante, il futuro 25° Presidente fu promotore di una legge sui dazi (McKinley Tariff Act 1890), che inizialmente non venne ben recepito, al punto che lo stesso proponente perse il suo seggio alle elezioni successive. Una volta eletto alla Casa Bianca nel 1987, McKinley tornò allo schema ideale e normativo della sua legge di sette anni prima, per superare il cd panico del 1893, che avendo come cause occasionali il default argentino e il fallimento di alcune importanti società ferroviarie,  aveva causato una depressione economica duratura. La ricetta di McKinley era sempre semplice e sempre la stessa: applicare un sistema di tariffe sulle importazioni per favorire la produzione delle aziende americane e quindi proteggere i cittadini americani. In questa visione non c'era posto per progetti di espansione verso i mercati esteri, nè alcun favore per il commercio internazionale. Sicurezza economica e sicurezza nazionale divennero sinonimi ben prima delle intemerate dell'attuale Presidente. Gli storici sono divisi sul collegamento fra la politica protezionistica e la successiva espansione economica avvenuta dopo la Prima Guerra Mondiale in quella che è definita "l'età dell'oro" americana negli 20 del Novecento. Le condizioni internazionali erano drasticamente cambiate, e le aziende americane in realtà si affacciarono in modo nuovo e prepotente sul mercato mondiale, così come aveva fatto politicamente il governo sotto la guida di W. Wilson. Comunque l'ideologia protezionistica che aveva portato alla Casa Bianca McKinley nel 1896, consentì al Partito Repubblicano di dominare la politica statunitense per altri 25 anni, con un consenso indifferenziato e costante da Wall Street alle minoranze. Ma ormai la reale posizione internazionale degli Stati Uniti non poteva essere cancellata da provvedimenti difensivi della propria economia, che era proiettata su tutti i mercati esteri.

1930 - Smoot-Hawley Tariff Act

Durante il suo primo anno di presidenza, Herbert Hoover fece approvare dal Congresso una nuova politica tariffaria protezionistica, concretizzata nello Smoot-Hawley Tariff Act,  che prendeva il nome dai due parlamentari che lo proposero,  il senatore Reed Smoot dello Utah, e il rappresentante Willis Hawley dell'Oregon. Per l'ultima volta nel Novecento, gli USA imponevano un sistema completo di dazi sulle importazioni per proteggere le aziende e gli agricoltori americani. L'obbiettivo era principalmente di sostenere l'agricoltura, colpita da una congiuntura avversa per la concomitanza di una perdurante iper produzione e di una concorrenza europea particolarmente vivace nel clima post bellico. L'aumento dei dazi ad una media del 20 percento, portò a ritorsioni da parte dei governi stranieri, tanto che l'interscambio statunitense con l'Europa diminuì quasi del 75% tra il 1929 e il 1932, fino a quando la nuova amministrazione di F. D. Roosevelt non eliminò la quasi totalità dei dazi nel 1934.  Non c'è unanimità fra gli storici nel graduare le responsabilità della politica protezionistica di Hoover nel determinare la "grande depressione" del 1929: secondo Benjamin Rhodes la politica di Hoover innescò una dinamica suicida (suicidal international trade war). Per Milton Friedman invece i dazi furono irrilevanti perché insiti nella natura stessa del commercio internazionale: "come disse Adam Smith, l'obiettivo appropriato per una nazione è quello di organizzare le cose in modo da ottenere il maggior volume possibile di importazioni con il minor volume possibile di esportazioni". La fama dei due studiosi è tale che è difficile anche solo pensare di contestarli, ma di fatto il ruolo degli Stati Uniti nell'arena mondiale, per usare la fortuna espressione di Walt Rostow, era ormai tale che le misure dirette all'interno si sono rivelate meno efficienti di quelle basate su scala mondiale.

Nessuna conclusione può essere automaticamente tratta da questo sommario e inevitabilmente lacunoso sguardo sul passato. Se non che il protezionismo sembra essere un passaggio quasi inevitabile, una mutazione temporanea della proposta americana, che non implica certo la rinuncia al ruolo che gli Stati Uniti.  Ruolo che per dimensioni e caratura, gli USA devono necessariamente mantenere.

R. Remini "The Life of Andrew Jackson" Harper Collins 1988 e “Martin Van Buren and the Tariff of Abominations - American Historical Review  https://www.jstor.org/stable/1848947
https://www.usfunds.com/resource/president-mckinleys-tariff-mishap-could-be-a-warning-sign-for-trumps-trade-war/
https://www.k-state.edu/landon/speakers/milton-friedman/transcript.html

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