I dazi americani: la miscela esplosiva fra politica ed economia
Voci dall'America

I dazi americani: la miscela esplosiva fra politica ed economia

Abbiamo assistito in diretta dal Giardino delle rose della Casa Bianca alla pittoresca presentazione della politica economica del neo presidente Donald Trump, dopo 73 dei 100 giorni che secondo una regola non scritta assicura ad ogni Presidente una "luna di miele" con gli americani.  Dopo avere a più riprese minacciato, approvato e ritirato una serie di misure protezionistiche contro Messico e Canada, il Presidente, attorniato dai suoi fedelissimi, ha descritto nel dettaglio un futuro fatto di dazi elevati, destinati a creare un secondo muro alle frontiere americane. Dopo il muro anti immigrati, il muro anti merci straniere. Ma è bene chiedersi se sia questo lo scenario che la nuova amministrazione pensa di poter gestire nei prossimi mesi ed anni, e, come ha scritto Ian Bremmer, e se davvero siamo davanti alla "Brexit dell'America dal sistema commerciale globale e l'inizio della post-globalizzazione".

Non è una novità che politicamente , sostenuto da uno schieramento conservatore molto sbilanciato sull'ala estremista, Donald Trump ha dichiarato guerra ad ogni convenzione che ha retto gli USA e il mondo sino al 19 gennaio scorso. Quanto al protezionismo questo schieramento , con qualche sostegno fra i democratici USA, ritiene che l'aumento del commercio mondiale sia costato agli americani più di quanto non abbia fatto guadagnare loro. Opinione rispettabile ma non necessariamente esatta. Quando si parla del sistema mondiale del commercio, non si deve dimenticare che il sistema vigente dalla fine della seconda guerra mondiale è stato costruito su iniziativa e guida degli Stati Uniti. E che imprese e cittadini americani hanno lavorato in questo periodo per issare la loro nazione al vertice dell'economia mondiale, riuscendo nell'intento, anche sulla base di una politica di alleanze e rivalità strategicamente orientate all'interesse americano.  Non esattamente quindi un mondo ostile quello contro cui si è mosso Donald Trump, che probabilmente ha una preoccupazione prevalente, quella del debito pubblico americano. Come dimostra anche l'operazione di abbattimento dei costi della burocrazia federale, affidata a Elon Musk, Economie largamente meno potenti e meno strutturate di quella americana (non facciamo nomi per scaramanzia) si reggono da decenni su un debito di proporzioni maggiori, anche se di dimensioni minori. Ma proprio le dimensioni dell'economia americana renderebbero necessarie, per affrontare il nodo del debito, misure di portata tale da coinvolgere le economie ben oltre i confini americani. Pertanto quello che Trump forse sta facendo sarebbe solo un modo per  "mettere a contribuzione" tutta l'economia mondiale, per riformare insieme alle regole del commercio globale, anche l'economia americana. Con modalità, toni ed argomenti in cui prevalgono quell'ostilità e arroganza ormai ben conosciute ad ogni latitudine. Di certo fra le reazioni al "liberation day" si devono registrare quelle di numerosi economisti e tecnici che lamentano una serie di semplificazioni ed errori banali nell'elaborazione delle tariffe, che per alcuni sono solo un affrettato abbozzo, privo di attendibilità tecnica.

Sarà bene lasciare a chi è fornito di competenza specifica il compito di avventurarsi in calcoli e previsioni econometriche sull'effetto dei dazi nel medio e lungo periodo. Altrettanto bene sarà lasciare che siano profeti di varia natura e reputazione a sfoggiare quella preveggenza che anche agli economisti spesso manca. E sarà anche meglio ignorare le intertepretazioni complottistiche e terrapiattiste che circolano e vedono nell'esenzione della Russia dai dazi la prova della sottomissione della politica di D. Trump al volere di V. Putin, per motivazioni ispirate alla più scatenata fantasia.

Non si può però fingere di non riscontrare alcune contraddizioni. Anzitutto il fatto che la politica protezionistica della nuova amministrazione americana ha effetti che colpiscono in primo luogo, e da subito, gli stessi Stati Uniti, con inevitabile aumento generalizzato dei prezzi, probabile aumento dell'inflazione e concreto rischio di recessione. Aumenti e rischi che sono diretti per i beni importati, ed indiretti per i beni prodotti sul suolo americano, a causa dell'aumento dei costi delle materie prime e dell'inevitabile insufficienza della produzione agricola ed industriale americana nell'immediato futuro. La Tax Foundation, un organismo indipendente, ha calcolato che i nuovi dazi freneranno la crescita del PIL americano dello 0,4% all'anno, ma si tratta di solo di un'opinione, per quanto preoccupante per gli americani. C'è il rischio concreto di un'operazione chirurgica ben riuscita che uccide il paziente. A seguire ad essere colpite sono tutte le nazioni che negli ultimi cinquant'anni sono state saldamente alleate con gli stessi USA. Se guardiamo alla parte che ci interessa maggiormente, l'Europa é uno dei principali obbiettivi della manovra americana. Secondo Shawn Tully di Fortune, infatti, ufficialmente "l'UE impone un tasso medio del 2,7% sui beni americani importati ....ma il Presidente ritiene che la Comunità stia in realtà addebitando ai nostri esportatori il 39% tramite barriere commerciali indirette attraverso mezzi come le quote di prodotto, gli standard tecnici, le politiche restrittive sugli appalti pubblici e la manipolazione valutaria". Questo complesso elenco di argomenti che motiverebbero la manovra americana, insieme alle caratteristiche permanenti delle relazioni commerciali UE/USA, per dimensioni e ineluttabilità, inducono a pensare che il "liberation day" non sia altro che l'inizio della trattativa violenta e aggressiva che seguirà, con tanto di cerimonia di firma di un nuovo accordo nello stesso Giardino delle Rose della Casa Bianca. Il Presidente, in questa visione, non avrebbe nessuna intenzione di chiudere le frontiere e far finire la globalizzazione, che è vitale per l'economia USA e per la maggioranza dei finanziatori di Trump, ma solo di riscrivere le condizioni del commercio mondiale ad esclusivo vantaggio degli USA, e della riduzione del loro debito pubblico.

Fino all'irruzione sulla scena politica di Donald Trump, il verbo della destra americana era il liberismo. Quando i liberisti diventano protezionisti, e manovrano come se si trovassero in economie pianificate, devono poi fare i conti non solo con alleati e rivali, ma con i mercati e con gli elettori. Dice ancora Shawn Tully "finora, i mercati bocciano il piano di Trump. Vedremo presto se gli elettori seguiranno l'esempio". Effettivamente la Borsa americana ha ceduto con le perdite peggiori dalla crisi dovuta alla pandemia da COVID nel 2020. Ma quanto al responso degli elettori, quel "presto" sarà lungo quasi due anni.

https://fortune.com/2025/04/03/smoot-hawley-act-tariffs-great-depression-trump/
https://www.chathamhouse.org/2025/04/trumps-liberation-day-tariffs-are-likely-just-beginning-longer-term-vision?
https://taxfoundation.org/research/all/federal/trump-tariffs-trade-war/

Il libro

Il Libro

Euramerica

Di Gianfranco Pascazio
Edizioni l'Ornitorinco

Acquistalo ora su: